Chiarimenti normativa europea sacchetti biodegradabili

By netme

Quattro giorni dopo l’introduzione è ancora incertezza fra i consumatori sull’obbligo di usare i soli sacchetti biodegradabili a pagamento per pesare e prezzare le merci sfuse.
Il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, gli ecologisti e perfino il sindacato dei chimici Filctem difendono la normativa, che invece sui social network viene usata per mettere in difficoltà quella parte del mondo politico che l’ha promossa e approvata.

Chiarimenti normativa europea sacchetti biodegradabili

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-01-03/ecco-come-funziona-legge-sacchetti-biodegradabili-210318.shtml?uuid=AEDsBpaD

Quattro giorni dopo l’introduzione è ancora incertezza fra i consumatori sull’obbligo di usare i soli sacchetti biodegradabili a pagamento per pesare e prezzare le merci sfuse.
Il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, gli ecologisti e perfino il sindacato dei chimici Filctem difendono la normativa, che invece sui social network viene usata per mettere in difficoltà quella parte del mondo politico che l’ha promossa e approvata.
L’ex premier Matteo Renzi ha replicato su Facebook affermando che il Governo ha solo attuato la normativa europea.

L’obiettivo è difendere l’ambiente.
In effetti i mari dei Paesi in cui non si raccoglie e non si ricicla la plastica sono intasati di rifiuti, come gli oceani su cui si affacciano Paesi meno sensibili all’ambiente. I sacchetti ultraleggeri oggetto della normativa sono una presenza minima nell’inquinamento dei mari, e del Mediterraneo in particolare, sporcati per esempio dalle temutissime microplastiche sviluppate soprattutto dalle fibre tessili rilasciate dalle lavatrici nei lavaggi e dal polverino di gomma degli pneumatici che si usurano sull’asfalto, ma sviluppate anche da cosmetici, bastoncini cotonati e altri rifiuti.

La normativa europea dice cose diverse

La direttiva europea introduce l’obbligo di limiti ai sacchetti della spesa simili a quelli che esistono da anni in Italia, dove le buste del supermercato sono biodegradabili e a pagamento.

L’Italia anni fa era stata messa sotto accusa proprio per avere imposto i sacchi biodegradabili, e la concorrenza estera denunciò la normativa italiana per il limite posto alla libera circolazione delle merci di produttori stranieri sul mercato italiano. Ma dopo anni di contenziosi anche l’Europa si era adeguata agli standard italiani e aveva varato una direttiva modellata sull’esperienza italiana.

La direttiva 2015/720 (clicca qui per leggere la direttiva 2015/720) è modellata sull’esempio italiano delle borse biodegradabili della spesa e spinge a ridurre l’uso di sacchi di plastica e a fare ricorso alla bioplastica come in Italia.

Ma l’Italia, che aveva anticipato la direttiva, era in infrazione perché non l’aveva recepita con un atto formale.

L’Europa esclude le sportine ultraleggere

La direttiva 2015/720 non impone regole sui sacchetti leggeri, al contrario. Dice la direttiva: «Gli Stati membri possono scegliere di esonerare le borse di plastica con uno spessore inferiore a 15 micron («borse di plastica in materiale ultraleggero») fornite come imballaggio primario per prodotti alimentari sfusi».

Cioè dice l’esatto contrario di quanto ha appena fatto l’Italia: per l’Europa, i sacchetti superleggeri per la pesata e la prezzatura dei prodotti sfusi possono essere non biodegradabili.

La legge italiana di agosto

In estate il Parlamento ha approvato il decreto Mezzogiorno (clicca qui per leggere la legge di conversione 3 agosto 2017, n. 123) nel quale all’articolo 9-bis è stato aggiunto il recepimento della direttiva 720. Ma sono stati aggiunti anche emendamenti che impongono dal 1° gennaio l’uso esclusivo di plastica biodegradabile per i sacchettini “ultraleggeri” con i quali si pesano e si prezzano i prodotti sfusi come pane, ortaggi, frutta.

Riguarda i sacchetti della spesa e quelli per l’ortofrutta

Le nuove regole riguardano le «borse di plastica: borse con o senza manici, in plastica, fornite ai consumatori per il trasporto di merci o prodotti» (esempio: il saccone del negozio di abiti), le «borse di plastica in materiale leggero: borse di plastica con uno spessore della singola parete inferiore a 50 micron fornite per il trasporto» (esempio: i sacchetti della spesa), le «borse di plastica in materiale ultraleggero: borse di plastica con uno spessore della singola parete inferiore a 15 micron richieste a fini di igiene o fornite come imballaggio primario per alimenti sfusi» (esempio, i sacchettini per pesare e prezzare l’ortofrutta).

I sacchetti per l’igiene o quelli che vengono a contatto con i cibi sfusi vengono così divisi in due: quelli sottilissimi (spessore sotto i 15 micron) devono essere a pagamento e biodegradabili, quelli più spessi invece (poiché non ricadono nella normativa sui sacchetti di plastica, che sono esclusivamente quelli per il trasporto delle merci) restano come prima, cioè possono essere donati e non riciclabili.

Sacchettini dell’ortofrutta ma non le mozzarelle

La parte della normativa che interessa le varie borse di plastica impone nuove specifiche tecniche che riguardano i produttori e i commercianti, i quali se danno al cliente un sacco per il trasporto della merce venduta devono segnarne il prezzo sullo scontrino, e coinvolge in misura marginale i consumatori finali.

La novità che ha suscitato molto scalpore è quella che riguarda i sacchetti ultraleggeri per l’ortofrutta.

La normativa riguarda tutte le borse di plastica ultraleggere (comma 2). Sono quei sacchetti sottilissimi con i quali nei supermercati i consumatori fanno la pesatura e la prezzatura di pane, frutti, ortaggi, formaggi e così via.

La norma sugli ultraleggeri riguarda solamente quei sacchetti.

La norma sugli ultraleggeri non riguarda tutti gli imballaggi di plastica che non servono al consumatore finale per trasportare la merce dal negozio e riguarda solamente quelli più sottili tra gli imballaggi che vengono a contatto con gli alimenti.

Quali sacchetti (ortofrutta) e quali no (pane, mozzarella)

La norma sugli ultraleggeri riguarda esclusivamente (legge 3 agosto 2017 n. 123, comma 1 dd-quinquies) le borse di plastica in materiale ultraleggero cioè «borse di plastica con uno spessore della singola parete inferiore a 15 micron richieste a fini di igiene o fornite come imballaggio primario per alimenti sfusi».

Quindi la norma si applica esclusivamente alle borse (non i foglietti trasparenti che il salumiere deposita sulle fette di prosciutto), di plastica (non carta oleata), a parete sottilissima (non la plastica grossa della mozzarella né la plastica forata del pane), usata fine di igiene (non i sacchetti per trasportare il prodotto) sui soli alimenti (non farmaci o altri beni) sfusi (non i prodotti confezionati).

Tutti gli altri sacchetti a fini igienici a diretto contatto con gli alimenti che sono di plastica più spessa o di altri materiali non sono interessati da alcun obbligo della nuova legge. Possono essere di plastica non biodegradabile e possono essere ceduti a titolo gratuito.

Attenzione ai cibi deperibili

Sarebbe infatti pericoloso per l’igiene o porterebbe al deperimento rapido dei cibi se si usassero a contatto diretto con prodotti molto umidi (ricotta, mozzarella, salumi, pesce, preparazioni a base di uova come l’insalata russa, alimenti oleosi) imballaggi biodegradabili , non impermeabili all’ossigeno, che cedono componenti.

Questi cibi deperibili devono continuare a essere confezionati in imballaggi non degradabili, i quali servono non al trasporto bensì al confezionamento, alla conservazione, all’igiene e alla protezione dei cibi. Possono continuare a essere dati a titolo gratuito.

Esempi di sacchetti non interessati da alcuna limitazione

Sono fuori dalle norme sui sacchetti biodegradabili i sacchetti di polietilene ad alta densità per alimenti spessi 18 micron, i sacchetti per alimenti di polietilene a bassa densità spessi 35 micron (quelli della mozzarella), i sacchetti di polipropilene microforato per il confezionamento del pane spessi 30 micron. Sono tutti imballaggi che rientrano tra le «borse fornite a fini di igiene o fornite come imballaggio primario», cioè non «sacchetti di plastica» per il trasporto, e sono superiori ai 15 micron.

Non solo petrolio

I sacchetti ultraleggeri devono essere biodegradabili e compostabili al 100% (cioè a una certa temperatura si devono dissolvere entro un certo tempo negli impianti di produzione di compost agricolo) e devono essere composti da materie prime rinnovabili (vegetali) al 40%, mentre rimarrà il 60% di componente petrolchimica. Nel 2020 dovranno avere almeno il 50% di materie prime rinnovabili enel 2021 il 60% (il resto da petrolio).

Questo vincolo pare ritagliato attorno alla produzione italiana più diffusa di bioplastica, e potrebbe escludere altri produttori italiani ed esteri che hanno bioplastiche di ottima qualità e con ottimi rendimenti ambientali ma con caratteristiche differenti.

Obbligatorio pagare

La legge (comma 5) impone che questi sacchetti vengano pagati dal consumatore. Non fissa alcun prezzo e non dà un costo massimo.
La norma dice semplicemente: «Le borse di plastica in materiale ultraleggero non possono essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti imballati».

L’obiettivo è dare un valore visibile al bene, prima in apparenza gratuito. Il “prezzo” è un “pregio”. Ciò induce a in consumatore comportamenti consapevoli.

Ammesso il sottocosto del sacchetto

Per evitare ai commercianti di far pesare troppo il prezzo del sacchetto sui consumatori è stato consentito con una norma apposita di fare ricorso al sottocosto, cioè vendere a un prezzo più basso (con Iva negativa) di quanto sia costato l’approvvigionarsi.

I sacchetti per il trasporto della merce e quelli ultraleggeri per l’ortofrutta finora erano messi in bilancio dal negozio come costo, e quindi detratti dall’utile dell’azienda.

Quanto costano ai commercianti i sacchetti?

Un negozio (non le catene di grandi distribuzione, che hanno dimensioni d’acquisto diverse) paga i sacchettini piccoli (tipo farmacia) in genere tra 1,5 e 2 centesimi al pezzo più Iva, e i sacchetti più grandi (tipo spesa) in genere tra 4 e 5 centesimi più Iva.

Affinità e divergenze tra la legge e il ministero sul pagamento

Gli interpreti della legge sono divisi. Vanno pagati sempre tutti i sacchetti, o solamente alcuni?
La legge del 3 agosto che obbliga la biodegradabilità e il pagamento dei sacchetti ultraleggeri dice:

1. Fatta salva comunque la commercializzazione delle borse di plastica biodegradabili e compostabili, è vietata la commercializzazione delle borse di plastica in materiale leggero, nonché delle altre borse di plastica non rispondenti alle seguenti caratteristiche:

(segue un elenco di diverse tipologie di borse riutilizzabili ad alto spessore non biodegradabili)

2. Le borse di plastica di cui al comma 1 non possono essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d'acquisto delle merci o dei prodotti trasportati per il loro tramite.

Quindi, in teoria il comma 2 sul pagamento delle altre borse parrebbe riguardare solamente i sacchi riutilizzabili a pareti spesse non biodegradabili.

Ma il ministero dell’Ambiente ha diffuso una circolare secondo la quale i sacchetti vanno pagati sempre e comunque.
Scrive la circolare (clicca qui per leggere il testo originale e integrale del ministero): «L’art. 226 bis, comma 2, D.Lgs. n. 152/2006 dispone che le borse di plastica biodegradabili e compostabili, nonché le borse di plastica riutilizzabili “non possono essere distribuite a titolo gratuito e, a tal fine, il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti trasportati per il loro tramite”. Parimenti, l’art. 226-ter, comma 5 del medesimo D.Lgs. n. 152/2006 dispone che le borse ultraleggere, “non possono essere distribuite a titolo gratuito e, a tal fine, il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti imballati per il loro tramite”. L’obbligo di pagamento delle borse ultraleggere, che trova la sua ratio nell’esigenza di avviarne una progressiva riduzione della commercializzazione, decorre dal 1° gennaio 2018».

I sacchettini sono usa-e-getta (forse)

Questi sacchettini ultraleggeri possono essere riusati in mille modi, soprattutto per raccogliere i rifiuti organici da destinare al compostaggio, come già avviene per le borse della spesa, che sono già biodegradabili.
Ma questi sacchettini ultraleggeri non possono essere riusati per comprare altri prodotti alimentari sfusi, fatte salve le nuove indicazioni che arrivano dai ministeri dell’Ambiente e della Salute (clicca qui per leggere l’articolo).
È vietato il riutilizzo per lo stesso fine per cui sono stati prodotti e venduti, cioè contenere alimenti sfusi a contatto diretto.
Ecco il comma 3: «Sono fatti comunque salvi gli obblighi di conformità alla normativa sull’utilizzo dei materiali destinati al contatto con gli alimenti adottata in attuazione dei regolamenti (UE) n. 10/2011, (CE) n. 1935/2004 e (CE) n. 2023/2006, nonché il divieto di utilizzare la plastica riciclata per le borse destinate al contatto alimentare».

Significa che per l’igiene degli alimenti che vengono a contatto, l’imballaggio deve essere vergine e non deve provenire dall’esterno del negozio.

È meglio usare la carta

Dal punto di vista ambientale anche la direttiva suggerisce l’uso della carta in sostituzione della plastica, ma pochi supermercati fanno ricorso a questi imballaggi per la pesata e la prezzatura degli alimenti sfusi perché non consentono al cassiere di vedere in trasparenza se il contenuto corrisponde all’etichetta.

Invece può continuare il tradizionale confezionamento nel foglio di carta fermato con il nastro adesivo (come in farmacia) e, per il trasporto, come da sempre il cliente può rifiutare il sacchetto e può portare con sé la merce acquistata in qualsiasi tipo di borsa, borsetta, tasca, carrello, sacco, sottobraccio, saccone e contenitore desideri.

Un impianto di compostaggio protesta: le bioplastiche non si degradano

Diversi impianti di trattamento del compost lamentano la scarsa biodegradabilità delle plastiche biodegradabili. Problemi di inadeguatezza degli impianti, dicono molti.

Eppure il problema pare ricorrente. Non tutte le bioplastiche trovano le condizioni ideali per una corretta dissoluzione.

Per esempio l’azienda di nettezza urbana di Bolzano, la Seab, avverte i concittadini: non usate i sacchetti di plastica biodegradabile, usate quelli di carta (clicca qui per leggere l’allarme della Seab di Bolzano sulle bioplastiche che non si degradano).
Ecco la nota della Seab di Bolzano:
«Sacchetti in “bioplastica”: NON adatti per l'organico a Bolzano
L'introduzione dei sacchetti “bio” a pagamento nei supermercati e la relativa corrispondenza dei media nazionali ha causato alcuni fraintendimenti e creato tanti dubbi fra i cittadini di Bolzano. Mentre in diverse città d'Italia questi sacchetti possono essere utilizzati per la raccolta dell'organico, la situazione a Bolzano è completamente diversa:
I cosiddetti “sacchetti ecologici” non sono adatti per la raccolta dell'organico a Bolzano. I rifiuti organici raccolti da SEAB devono essere forniti all'impianto di fermentazione di Lana, dove vengono trasformati in biogas e compost. Il tempo di degradazione di questi sacchi ecologici, significativamente più lungo rispetto agli altri materiali raccolti, influirebbe sull'intero processo. Inoltre, questi sacchi spesso si incastrano tra le lame del frantumatore causando dei guasti al sistema.
Per evitare eventuali multe, i cittadini di Bolzano sono invitati a utilizzare esclusivamente i sacchetti di carta forniti da SEAB. Questi sacchetti vengono distribuiti con frequenza annuale a tutte le famiglie di Bolzano e si possono inoltre ritirare gratuitamente agli sportelli SEAB di via Lancia.
In alternativa possono essere utilizzati solo sacchetti di carta per alimenti senza finestre in nylon (per esempio, quelli del pane). Altri sacchetti di carta (ad esempio le buste dei negozi di abbigliamento) non sono adatti».

Si paga alla pesatura, che il sacchetto ci sia o no

In gran parte delle catene della grande distribuzione il consumatore paga il sacchetto ultraleggero sull’etichetta del prodotto sfuso. Chi non usa il sacchetto e presenta alimenti pesati ma non racchiusi (per esempio incolla l’etichetta sull’anguria) può essere costretto a pagare il sacchetto anche se non lo ha usato. Ciò è un freno ai consumi consapevoli e punisce chi concorre a ridurre gli imballaggi.

Ma quanto costa il sacchetto biodegradabile?

Il prezzo di mercato della plastica biodegradabile più diffusa si aggira in genere tra i 6 e i 7 euro al chilo. Il costo del singolo sacchetto dipende dal suo peso, se è l’ultraleggero per l’ortofrutta sono i pochi grammi che corrispondono ai pochi centesimi di euro, se sono i sacchi della spesa più spessi e pesanti il costo sale.

Rischi per i concorrenti

Queste norme, disegnate attorno agli standard industriali più noti dell’industria italiana, tagliano fuori dal mercato materiali biodegradabili di origine fossile che si biodegradano in modo invidiabile, come le plastiche Pbs da acido succinico, che hanno impatti ambientali ottimi.

Rischi per il mercato

Potrebbero esserci effetti controproducenti sul mercato.
Per esempio, la produzione italiana ora non sarebbe adeguata alla domanda e sarebbe stato necessario convogliare verso l’Italia la produzione spagnola e francese.

Inoltre molti consumatori stanno respingendo dai negozianti il sacchettino a pagamento, rinunciando alla sua comodità.
Il minore uso di sacchetti di plastica è fra gli obiettivi principali della direttiva europea 2015/720, e pare che lo strumento stia conseguendo l’obiettivo.

Si stringe il mercato, con rischi non solamente per i produttori di materia prima ma anche per le centinaia di aziende di trasformazione delle bioplastiche e di produzione dei sacchetti biodegradabili.

Negozi e altri consumatori si rivolgono alla carta, che è permessa e addirittura consigliata dal punto di vista ambientale.

Accaparratori di sacchetti

Ci sono segnali che fanno sospettare un contrarsi del mercato interessantissimo dei sacchetti biodegradabili per i rifiuti umidi: c’è già chi nei supermercati accaparra a 2 centesimi il pezzo interi rotoli “ultraleggeri”.

Un rotolo di dieci sacchetti di plastica biodegradabile per il rifiuto umido e organico costa tra i 2 e i 3 euro (in genere sui 2,50-2,70 euro).
Ma dieci sacchetti di plastica biodegradabile per pesare e prezzare gli alimenti sfusi costano molto meno, circa 20-30 centesimi, un decimo. Ciò a scapito del mercato più profittevole.

Effetti ambientali contraddittori

Per evitare la noiosa procedura di pesatura e prezzatura degli alimenti, aggravata dal pagamento, molti consumatori si rivolgono a prodotti già confezionati in materiali non biodegradabili, come le vaschette di polistirolo espanso racchiuse in un film di Pvc.
Ciò potrebbe portare a un peggioramento dei rendimenti ambientali.

Inoltre il pagamento del sacchetto anche per chi pesa ed etichetta i prodotti senza usare imballaggi punisce chi concorre a ridurre l’inquinamento e lo spreco di risorse.

Benefici per il mare, dove il 53% dei rifiuti è prodotto dai bagnanti in spiaggia e il 14% dalla pesca e dalle attività marittime (fonte Arcadis-Commissione Ue): qui la nuova normativa potrà avere un qualche effetto benefico.

Ma le bioplastiche a base di amido, come le più note, diventano poco biodegradabili nell’acqua fredda e salata, dove invece hanno dato ottimi risultati i polidrossialcanoati Pha di cui è fortissima una piccola azienda italiana meno conosciuta, la Bio-On.

Nel mare si degradano lentamente come la plastica normale

Le bioplastiche più comuni vengono “digerite” da diversi impianti di compostaggio, forse per difetti impiantistici. Ma nemmeno il mare riesce a degradare in tempi brevi questi materiali. Sono più veloci invece altri polimeri, come gli alcanoati Pha.

Una ricerca(clicca qui per leggere la ricerca, in inglese)ha comprovato che negli impianti di compostaggio i prodotti di bioplastica all’amido perdono il 43% di peso in tre mesi, quindi con un ottimo effetto di degradazione, ma non hanno registrato degradazioni rilevanti se esposti all’acqua dell’Adriatico.

Che cosa inquina il mare: lavatrici e pneumatici
Ogni mare è sporcato da rifiuti differenti perché diversi sono i Paesi che vi si affacciano.
Mentre vetri, metalli e altri rifiuti pesanti affondano e spariscono alla vista, le plastiche galleggiano.
Gli oceani sono insozzati da grandi rifiuti plastici non riciclati: flaconi di detersivi e bottiglie di bevande, cassette di ortaggi, imballaggi di polistirolo espanso, ciabattame e suole e così via.
Il Mediterraneo è sporcato soprattutto da stoviglie di plastica (17%), cicche e filtri di sigaretta (14%), tappi (14%). I sacchetti sono il 5% (clicca qui per leggere i dati).

Ma la prima fonte di microplastiche — quelle mangiate dal plancton, il quale viene mangiato dai pesci ed entrano nella catena alimentare che arriva all’uomo — sono le fibre tessili rilasciate dalle acque di lavaggio dei tessuti, le polveri di gomma da usura degli pneumatici dilavate dalla pioggia e portate nei corsi d’acqua e al mare, le microplastiche dei cosmetici e i bastoncini cotonati non biodegradabili, per i quali finalmente una buona legge ha imposto nuovamente la degradabilità (da non confondere con gli ecologici Cotton Fioc, prodotti a marchio commerciale registrato dei bastoncini biodegradabili della Johnson).

Il commento del ministro Galletti
«L’entrata in vigore della normativa ambientale sugli shopper ultraleggeri è un atto di civiltà ecologica che pone l’Italia all’avanguardia nel mondo nella protezione del territorio e del mare dall’inquinamento da plastiche e microplastiche», afferma il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. «Le polemiche sul pagamento di uno o due centesimi a busta sono solo un’occasione di strumentalizzazione elettorale».

Il parere della Filctem Cgil
Secondo Sergio Cardinali, Filctem Cgil, «la Novamont campione internazionale indiscusso sul fronte della ricerca e di nuovi brevetti è un’azienda capace di produrre una buona alternativa per recupero di siti produttivi industriali fortemente inquinati presenti anche ne nostro Paese. I rincari per i sacchetti, calcolati intorno ai 5-7 euro a famiglia l’anno, sono poi ben poca cosa rispetto a quelli dell'energia, gas e petroli previsti per questo anno, forse su questo bisognerebbe invece porre una certa attenzione».

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